01.06.2026
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80 anni della Repubblica Italiana e primo voto alle donne

Il 2 giugno 2026 la Repubblica Italiana festeggia 80 anni.

Auguri per questo importante traguardo!

In occasione dell’anniversario, ricordiamo il referendum del 2 giugno 1946, quando alla popolazione italiana fu chiesto di scegliere tra Monarchia e Repubblica, e vinse la Repubblica.

Fu anche la prima volta in Italia che le donne ebbero diritto al voto attivo e passivo.

votarono circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% dei 28.005449 aventi diritto al voto con almeno 21 anni di età, contemporaneamente votarono anche per l’Assemblea costituente, dove furono candidate anche diverse donne, delle quali 21 furono effettivamente elette.

 In primavera le donne votano per la prima volta alle elezioni amministrative, ma è il 2 giugno, con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, che diventano protagoniste della vita democratica del Paese.

 Le 21 Madri Costituenti contribuiscono in modo decisivo alla definizione dei diritti, dei doveri e dei valori fondanti della Repubblica.

Le donne in Italia ottennero il diritto di voto per la prima volta nel 1946.

Secondo voi, è stato tardi o presto rispetto ad altri paesi nel mondo?

A intuito, direi che per le donne italiane arrivare a questo traguardo è stato un cammino arduo, pieno di difficoltà, ostacoli, tranelli (tanto cari al potere maschile) e false partenze fin dai primi anni del 1900. Ma, per amore della storia, ho raccolto alcune date, così potrete leggere e decidere.

  • 1893-prima sindaca in Nuova Zelanda

 La prima nazione a far votare le donne (e uno dei meno corrotti) Il primato più bello della Nuova Zelanda riguarda il diritto di voto alle donne. Era il 1893 e il traguardo venne raggiunto grazie alla campagna delle suffragette del paese, guidate da Kate Sheppard (ora raffigurata nella banconota da 10 dollari neozelandesi). Sempre nel 1893 è stata eletta il primo sindaco donna, anche la prima dell’intero Impero britannico. Oggi, inoltre, la Nuova Zelanda è al 4° posto della classifica mondiale dei paesi meno corrotti.

  • 1887-prima sindaca di Argonia, Kansas, USA

L’idea di donne dedite alla politica era considerata ridicola e inaccettabile da molti, quindi i movimenti per i diritti delle donne erano visti con rabbia e con scherno. Quale modo migliore, per fermare le inopportune richieste di quelle femmine che non volevano stare al loro posto, dell’umiliarle pubblicamente?

Allora i candidati sindaci non dovevano essere resi pubblici prima del giorno delle elezioni, quindi un gruppo di uomini aveva fatto inserire di nascosto il nome di Susanna Salter. Il 4 aprile 1887, l’ignara Salter si vide in lista e dichiarò che, se eletta, avrebbe accettato il mandato. Fu un plebiscito: la Salter vinse con una maggioranza di due terzi, diventando la prima sindaca e la prima pubblica ufficiale degli Stati Uniti.

  • 1908-prima sindaca  di Aldeburgh, Regno Unito

ELIZABETH GARRETT-ANDERSON (1836-1917) È stata il primo medico inglese donna.

Tale titolo le fu riconosciuto dopo anni di discriminazioni, tanto che agli inizi fu costretta a studiare come semplice infermiera: il medico era un lavoro da uomo!

Medico, sindaca e suffragetta, non si è fermata davanti a nessun ostacolo che la società patriarcale le ha posto dinazi, spianando, con la sua carriera, la strada alle future donne medico! 

Eh, che ne dite delle date delle prime sindache, in giro per il mondo? Giudicate voi!

Comunque, in Italia ci siamo arrivate nel 1946 e, inutile ribadire che, le conquiste sono state -tante- e altrettante ci attendono.

Ma, come ci siamo arrivate al diritto di voto nel 1946?

Soprattutto, da dove siamo partite?

La storia del diritto di voto e, più in generale, dello statuto giuridico delle donne, è una storia molto lunga, che parte dall’unificazione d’Italia, dall’adozione di quello Statuto albertino che – in alcune zone del Paese, in particolare in Veneto e in Lombardia – aveva fatto arretrare la condizione femminile, e dalle norme del successivo Codice civile del 1865.

 

Nel 1867 il deputato mazziniano Salvatore Morelli aveva presentato alla Camera una proposta di legge, mai discussa, con la quale proponeva “di abolire la schiavitù domestica” con la reintegrazione giuridica della donna.

 

Nel 1877 Anna Maria Mozzoni presenta al Parlamento una petizione per il voto politico femminile, motivando la sua richiesta con la discriminazione e l’esclusione di “una classe innumerevole di cittadini” dallo spazio pubblico.

 

Il tema ritorna alla ribalta nei primi anni del Novecento, quando più voci si levano a favore del suffragio femminile.

 Nella primavera del 1906 dieci maestre marchigiane chiedono – in assenza di un esplicito divieto – e ottengono l’iscrizione nelle liste elettorali, con il successivo avallo della Corte d’Appello di Ancona, giudice Lodovico Mortara, che respinge il ricorso presentato dal Procuratore del Re; tuttavia, pochi mesi dopo, la Corte di cassazione ribalta la sentenza e l’anno successivo le dieci donne vengono cancellate dalle liste elettorali.

 

Nel 1907 viene discussa alla Camera la seconda petizione elaborata da Anna Maria Mozzoni per l’estensione del diritto di voto politico e amministrativo alle donne. In quella sede il Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, si dichiara a favore del solo voto amministrativo e si impegna a nominare una Commissione ministeriale per esaminare la questione, che tuttavia conclude i suoi lavori nel 1911 esprimendo una valutazione negativa.

 

Nel 1912 fu introdotto il suffragio universale maschile – che universale però non era ancora, riguardando i cittadini di età superiore ai 30 anni, senza alcun requisito di censo né di istruzione – attraverso il quale il corpo elettorale passò da 3.300.000 a 8.443.205, di cui 2.500.000 analfabeti, pari al 23,2% della popolazione.

 Fu invece respinta, con votazione per appello nominale alla Camera, la concessione del voto alle donne (209 contrari, 48 a favore e 6 astenuti).

Al termine del primo conflitto mondiale, la legge n. 1985 del 16 dicembre 1918 ampliò il suffragio estendendolo a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il 21° anno di età.

 Le donne italiane sono ad un passo dal riconoscimento del diritto di voto. 

Nel 1919, anno in cui fu varata la cosiddetta “Legge Sacchi” che aboliva l’istituto giuridico dell’“autorizzazione maritale”, la Camera dei deputati approva l’estensione del voto politico e amministrativo alle donne, ma la fine anticipata della legislatura non consente l’approvazione del provvedimento da parte del Senato.

 

 Nel 1925 viene attribuito alle donne il voto amministrativo, ma l’abolizione delle elezioni per gli organi territoriali locali da parte del fascismo rende immediatamente vano il riconoscimento.

 

Nonostante l’apporto delle donne al Paese, in tempi di pace e ancor più in tempi di guerra, il provvedimento del governo provvisorio non fu salutato con particolare entusiasmo dalla stampa e dalla politica.
Nell’opinione pubblica era presente la convinzione che le donne potessero essere poco informate e/o condizionabili, questo ci informa sul substrato culturale e legislativo che ha condizionato e condiziona ancora in parte le rappresentazioni legate al ruolo di donne e di uomini nel contesto sociale.

 Il provvedimento, inoltre, non era avvertito come una priorità, in una Italia ancora in guerra: come titolò “Il Resto del Carlino” «mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne».

Non era ancora tempo per il voto alle donne.

Nel febbraio del 1945, mentre una parte del Paese è ancora impegnata nella guerra di Liberazione dal nazifascismo, il Governo Bonomi riconosce alle donne il diritto di voto.

 L’estensione del suffragio è legata anche alla straordinarietà del momento storico e del ruolo svolto dalle donne durante la guerra, che non di rado avevano dato prova di coraggio e di sacrificio combattendo nelle file della Resistenza.

L’attribuzione del diritto di voto alle donne è infatti l’esito di un lungo percorso di impegno per il riconoscimento della parità dei diritti, che non aveva riguardato solo l’ambito politico ma, più in generale, la condizione giuridica delle donne e il loro spazio sulla scena pubblica.

Il suffragio femminile, riconosciuto nel 1945, era inizialmente solo attivo e limitato alle elezioni amministrative. Bisognerà attendere ancora un anno e il decreto del marzo 1946 perché il diritto di voto diventi anche passivo e si estenda alle elezioni politiche.

Per dirla con il nome di un famoso film del 2023: C’è ancora domani.

Auguri per gli 80 anni della Repubblica Italiana!

 

Fonti:

Il voto alle donne | comunicazione.camera.it

 2 Giugno 1946 Le Donne Italiane per la prima volta possono votare ed essere votate – Dipartimento di Architettura 

Cinque cose che non sapete sulla Nuova Zelanda – La Stampa 

L’imprevedibile destino di Susanna Salter – Anna Maria Pierdomenico 

Storie di Donne e Chirurgia Elizabeth Garrett Anderson, Duemmetrade News

POP.ACLI – 1° febbraio 1945. Il diritto di voto è esteso alle donne