Il 24 ottobre scorso le donne in Islanda sono scese in piazza per il 7° sciopero femminile della storia del Paese e a quasi 50 anni dallo sciopero di un’intera giornata che nel 1975 registrò un’affluenza del 90% e portò a una trasformazione profonda dell’Islanda, tra cui l’elezione della prima Presidente donna al mondo.
Lo sciopero è stato indetto per reclamare la parità salariale, certo, ma anche per dire basta alla violenza contro le donne perché, nonostante tutto, il 40% delle islandesi sperimenta violenza di genere o sessuale almeno una volta nell’arco della propria vita.
Perchè uno sciopero delle donne in Islanda fà notizia?
Perchè, secondo il report sul divario di genere che viene stilato ogni anno dal World Economic Forum, l’Islanda ha celebrato per quattordici anni di fila, il primato della nazione (tra le 146 incluse) più vicino al raggiungimento della parità di genere.
Lo slogan della giornata dello sciopero è stato:
“Tu questa la chiami parità?”
Perché nonostante gli evidenti progressi in tema di equità di genere (e le lezioni che l’Islanda potrebbe impartire a tutte le altre nazioni), tuttora le donne islandesi guadagnano in media poco più del 64% di quanto guadagnano gli uomini.
“Tu questa la chiami parità?”
Come sempre quando si parla di donne e lavoro (retribuito e non), si parla di lavoro di cura. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 75% delle attività di cura non retribuita è ancora oggi sulle spalle delle donne.
Le organizzatrici della protesta sottolineano 2 fattori fondamentali rispetto alla presenza delle donne sul mercato del lavoro:
- Il primo: le donne lavorano prevalentemente in settori sottopagati.
- Il secondo: a impattare sulla concreta possibilità delle lavoratrici di ottenere pari retribuzione è, ancora una volta, il carico del lavoro di cura non retribuito.
Ed è arrivato il momento di affrontarli entrambi.
Lo sciopero in Islanda è stato organizzato dalle associazioni più importanti del paese e con il sostegno della prima ministra Katrín Jakobsdóttir.
La giornata era dedicata non solo alle donne, ma anche alle persone non binarie, perché “tutte stiamo combattendo la stessa battaglia contro il patriarcato”, come hanno sostenuto le organizzatrici.
Oggi l’Islanda è uno dei paesi più vicini al raggiungimento della parità di genere, ma in alcune professioni il divario di retribuzione tra uomini e donne raggiunge ancora il 21 per cento, e più di una donna su tre ha avuto esperienza di violenze di genere nella propria vita.
“Tu questa la chiami parità?”
Lo sciopero è stato indetto per la parità salariale e per il lavoro di cura non retribuito ancora a carico delle donne.
Per manifestare contro la violenza sulle donne e per chiedere che vengano resi pubblici gli stipendi nei settori dove le lavoratrici sono la maggioranza, come quello assistenziale e quello delle pulizie.
“Tu questa la chiami parità?”
Benché in Islanda sia in vigore una legge che impone alle società e alle aziende di certificare che lo stipendio di uomini e donne sia uguale a parità di mansioni lavorative, secondo i dati questi stipendi sarebbero significativamente inferiori a quelli di altri settori comparabili e tra i più bassi nel mercato del lavoro, cosa che contribuirebbe a mantenere le donne in una condizione di subalternità economica rispetto agli uomini.
E in Italia?
L’ITALIA è al 79esimo posto della graduatoria del World Economic Forum per la parità di genere.
Islanda- 1° posto
Italia- 79° posto
C’è ancora tantissimo lavoro da fare per la parità di genere!
Fonti:
Global Gender Gap Report 2023 – l’Italia scende di quota | SheTech (shetechitaly.org)
Donne in gabbia: la zavorra del lavoro domestico non retribuito – ilSole24ORE
https://www.ilpost.it/2023/10/24/sciopero-donne-islanda-1975/
https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a45622705/islanda-sciopero-donne-gender-gap/
https://www.lasvolta.it/10077/islanda-come-andato-lo-sciopero-delle-donne


