A PROPOSITO DI SMART WORKING

Al tempo del coronavirus e con tutta la disoccupazione che sta facendo aumentare la povertà nel mondo, “sembra” (sono ironica) che lo smart working sia diventato il lavoro ideale.

E’ davvero così?

E’ proprio vero che, per uomini e donne, lavorare in smart working sia indifferente?

Da uno studio curato dall’INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, emerge che attualmente in Italia, per come è praticato, il lavoro agile (smart working) tende ad avvantaggiare i lavoratori con un reddito alto, in prevalenza UOMINI, accentuando così le disuguaglianze sociali.

Ancora disuguaglianze a svantaggio delle DONNE?

-Coloro che svolgono lavori caratterizzati da un’alta attitudine al lavoro da remoto hanno, infatti, un salario annuo più alto in media del 10% rispetto ai lavoratori con una bassa propensione allo smart working, che raggiunge il 17% tra i lavoratori con i redditi più alti. Insomma, in un’ipotetica foresta di Sherwood lo smart working è come un Robin Hood al contrario, favorirebbe i ricchi e danneggerebbe i più deboli, almeno dal punto di vista del reddito.-.

 Sono questi alcuni dei risultati messi in evidenza dal Policy brief “Gli effetti indesiderabili dello smart-working sulla disuguaglianza dei redditi in Italia”. Uno studio che utilizza una banca dati unica, creata dall’unione di due indagini, entrambe condotte dall’INAPP: l’indagine PLUS (Participation, Labour, Unemployment, Survey) con un bacino di 45.000 individui in età lavorativa (18-74 anni) e l’Indagine Campionaria sulle Professioni (ICP) che raggruppa le 800 occupazioni italiane.

Qui per leggere l’intero comunicato stampa

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