Cominciamo dalle parole.
Si ha un bel dire che le parole non significano nulla. Invece, le parole valgono. Le parole hanno un significato e un valore.
E si ha un bel dire che se una donna diventa presidente, è possibile chiamarla IL PRESIDENTE.
No. Non si può sentire.
Cominciamo dalle parole.
E cominciamo con lo scrivere che, se per la prima volta nella storia viene designata, incaricata ed eletta una donna presidente, sarà LA PRESIDENTE.
Senza se e senza ma.
Senza alcun dubbio.
Cominciamo dalle parole.
La lingua è cambiamento. La lingua è cultura. La lingua si modifica perchè c’è il cambiamento.
Nel 2022 è stata eletta, per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, presidente del Consiglio dei Ministri una donna ed è LA PRESIDENTE.
Più cambiamento di così!
Cominciamo dalle parole.
Per approfondire queste tematiche, la Commissione provinciale Pari Opportunità tra donna e uomo, della provincia autonoma di Trento ha commissionato alla dott.a Anita Buonasora – Dottoranda di Ricerca in Linguistica Applicata, Università di Leipzig e Università di Roma Tor Vergata – la redazione di un decalogo per aiutarci a usare, in tutti i contesti, anche quelli di vita personale, un linguaggio non ostile e libero da pregiudizi e stereotipi.
Di seguito una sintesi della prefazione a cura della dott.a Stefania Cavagnoli docente di linguistica applicata e glottodidattica, Università di Roma Tor Vergata componente Commissione Pari Opportunità Provincia di Trento.
-Il lavoro di Anita Buonasora, mette al centro la comunicazione non ostile, la comunicazione adeguata, e non solo al genere. Il linguaggio e la lingua sono uno strumento potentissimo che i/le parlanti hanno a disposizione per instaurare relazioni, capire, imparare. Stare al mondo e rappresentarlo. La lingua è uno strumento innato, che ha bisogno di cura, di studio, e soprattutto di consapevolezza. Impariamo a capire prima, e poi a parlare, in modo naturale, sulla base degli esempi del contesto in cui cresciamo. Ampliamo il nostro bagaglio linguistico attraverso letture, confronti, messaggi cinematografici, artistici, musicali, ma soprattutto attraverso l’interazione con le persone. Diamo per scontata la lingua che usiamo quotidianamente, la consideriamo spontanea e naturale, ed in parte lo è. Ma la nostra lingua è un’espressione culturale, che insieme alle parole veicola stereotipi, pregiudizi, credenze che sono dentro di noi dall’infanzia.
Per questo motivo abbiamo bisogno di riflettere sull’uso della lingua che facciamo. La lingua non è sessista, non è ostile a priori, ma siamo noi con la scelta delle parole, delle espressioni, delle metafore e perfino della prosodia che la rendiamo tale.
Il volumetto commissionato è suddiviso in due parti: la prima descrive cos’è una comunicazione non ostile e mette in evidenza le forme di violenza linguistica, soprattutto di genere, presenti nella quotidianità comunicativa. La storia della lingua di genere non è recente, eppure è ancora necessario parlarne e spiegare il perché non è una questione da poco. Attraverso le regole della grammatica, e la riflessione sugli stereotipi portati da una lingua sessista, l’autrice si pone l’obiettivo di chiarire alcune questioni dirimenti, affinché sempre più persone utilizzino la lingua di genere sia nella comunicazione personale che soprattutto in quella istituzionale.
Legato al tema precedente è la riflessione sul linguaggio dell’odio, in qualche modo sempre legato al genere. Il cosiddetto hate speech e il body shaming toccano in primo luogo le donne o le persone LGBT. Le vie per modificare tali esternazioni passano dalla scuola e dalla famiglia: il ruolo dell’educazione, linguistica e non, è fondamentale. Ma finché i libri di testo non sono adeguati alla realtà e presentano un mondo in cui le donne sono casalinghe e gli uomini lavorano fuori casa, le professioni più prestigiose sono rappresentate da uomini e le donne occupano posizioni più esecutive, perfino i sogni delle bambine sono legate a ruoli come principesse e non astronaute….
La percezione di chi si sta formando come cittadina e cittadino non cambia.
In tal modo anzi si rafforzano i bias di genere, le credenze, le lenti per leggere il mondo attraverso schemi cognitivi di un certo tipo. E tali bias si
trovano, quotidianamente, anche nel mondo del lavoro e delle istituzioni.
In queste ultime forse ancora di più, in quanto si aggiunge la componente formale e burocratica del linguaggio, pomposo e tradizionale, che serve da scusa per evitare i cambiamenti. Linguistici e non.
La seconda parte è più operativa e consiste in un decalogo, con suggerimenti atti a modificare la realtà linguistica e quindi concreta. L’idea che lega i dieci punti è quella dell’inclusione e del rispetto di chi parla. Sembra così semplice, probabilmente la nostra comunità linguistica, in linea teorica, approverebbe qualsiasi documento simile. Nella realtà però, come viene messo in evidenza in questo lavoro, sono molte le situazioni in cui chi parla e chi scrive contrasta il decalogo. In modo inconscio, e forse, in parte, anche in modo conscio.
Questo manualetto è pensato come un utile strumento di consultazione nelle diverse realtà lavorative o nelle semplici relazioni interpersonali.-
Esempi pratici a pag. 20.
L’ostilità linguistica di genere permea ancora la lingua dei quotidiani e dei documenti
italiani, tanto che è frequente leggere titoli come i seguenti:
- Sentenza 150/2020
Corte Costituzionale: tre donne hanno firmato la sentenza, ma la loro carica
professionale è riportata al maschile. - La Repubblica, 24/06/2020: “il ministro (…) è diventata di nuovo mamma” è una frase
che presenta incoerenza nell’accordo del genere grammaticale tra il soggetto e il suo
predicato nominale. ( L’articolo si riferisce a Fabiana Dadone). - Nella locandina di un evento sulla leadership femminile, i nomi di cariche professionali
ricoperte da donne sono state riportate nella forma grammaticale maschile. (esempio a pag. 23)
Fonte: Decalogo completo Decalogo_completo_2021

